Studia la Stakeholder Theory e ha avuto l’opportunità di incontrarne il fondatore, il professor R. Edward Freeman, insieme ad alcuni tra i più autorevoli studiosi internazionali di questa corrente di pensiero. Per Massimiliano Tufo, dottorando in Economia Aziendale all’Università del Sannio, quella teoria non è però soltanto uno strumento per leggere le dinamiche delle organizzazioni.
Alla base c’è una domanda semplice, ma tutt’altro che scontata: qual è l’impatto delle nostre azioni sugli altri?
È una domanda che un’azienda o un’organizzazione dovrebbe porsi ogni volta che prende una decisione: chi beneficia di quella scelta? Chi potrebbe subirne le conseguenze? Quale valore viene creato e per chi? Ma è anche una domanda che può uscire dai libri di management e accompagnare le relazioni di ogni giorno.
Perché considerare gli altri, ascoltarne il punto di vista e provare a comprendere le conseguenze delle proprie scelte non riguarda soltanto il mondo del lavoro. Può diventare un approccio alla vita, un modo diverso di guardare alle persone, alle relazioni e alle decisioni che prendiamo ogni giorno.
È da questa prospettiva che Massimiliano Tufo studia il valore pubblico e il modo in cui può essere creato o distrutto. Il suo è un percorso accademico “Made in UNISANNIO”: qui ha conseguito la laurea triennale e magistrale e oggi è dottorando presso il Dipartimento di Diritto, Economia, Management e Metodi Quantitativi, nell’ambito del dottorato di ricerca “Persona, Mercato, Istituzioni”. Un percorso che lo ha portato anche negli Stati Uniti e, quest’estate, al Summer Seminar on Stakeholder Theory.
Partiamo dall’inizio: come sei arrivato alla Stakeholder Theory?
La mia ricerca si concentra sulla misurazione del valore pubblico, con particolare attenzione ai processi di creazione e distruzione di valore dal punto di vista dei diversi stakeholder.
Nel mio percorso sono stati importanti anche il confronto con il mio supervisor scientifico, il professor Paolo Esposito, e l’esperienza di visiting alla Darden School of Business della University of Virginia, dove ho avuto modo di approfondire ulteriormente questi temi.
Che cos’è il Summer Seminar on Stakeholder Theory?
È un seminario internazionale dedicato allo studio della Stakeholder Theory, pensato come momento di confronto tra studiosi affermati e giovani ricercatori. L’edizione 2026 si è svolta a Charlottesville, in Virginia, presso la Darden School of Business della University of Virginia.
Sono state quattro giornate di lezioni, presentazioni e discussioni sui lavori dei partecipanti, con la possibilità di confrontarsi direttamente con alcuni dei principali studiosi internazionali della teoria.
Tra loro c’era il professor R. Edward Freeman, fondatore della Stakeholder Theory, insieme ai professori Jay Barney, Tom Donaldson e Jeff Harrison.
Come hai vissuto la selezione?
La selezione è stata molto competitiva: oltre 90 candidature internazionali per 30 partecipanti. Essere stato selezionato come unico dottorando italiano proveniente da un’università pubblica italiana è stata una grande soddisfazione. Ma soprattutto è stata un’occasione per mettere alla prova le mie idee, ricevere feedback sul mio lavoro e confrontarmi con giovani ricercatori provenienti da Paesi e percorsi accademici diversi.
Spieghiamola in modo semplice: che cos’è la Stakeholder Theory?
L’idea di fondo è che un’organizzazione non dovrebbe chiedersi soltanto quanto valore sta creando, ma per chi lo sta creando e quali conseguenze produce sugli altri.
Gli stakeholder sono tutte le persone e i gruppi che hanno una relazione con l’organizzazione o che possono essere influenzati dalle sue decisioni: lavoratori, clienti, fornitori, comunità, istituzioni, ambiente. È un modo per spostare lo sguardo dai soli risultati alle persone, alle relazioni e agli impatti.
Al seminario si è parlato anche di “stakeholder voice”. Perché è importante ascoltare?
Perché una decisione può cambiare molto quando si ascolta chi ne sarà coinvolto. La stakeholder voice significa creare uno spazio reale di confronto. Non vuol dire necessariamente dare ragione a tutti, ma permettere che bisogni, idee e criticità emergano. E spesso proprio dall’ascolto possono nascere soluzioni che inizialmente non avevamo considerato.
Puoi fare un esempio di una decisione che crea valore per qualcuno e lo distrugge per qualcun altro?
Pensiamo all’intelligenza artificiale. Per un’azienda può significare maggiore efficienza e servizi migliori, ma può anche modificare il lavoro di alcune persone e rendere necessarie nuove competenze. Oppure alla riorganizzazione di un piccolo ospedale: concentrare i servizi può permettere di ottimizzare risorse e competenze, ma per chi vive in un’area periferica può significare maggiore distanza dalle cure. La stessa decisione può creare valore per qualcuno e distruggerlo per qualcun altro.
Quindi è anche un modo diverso di guardare alla vita quotidiana?
Credo di sì. È forse uno degli aspetti che mi interessano di più. La domanda “qual è l’impatto delle mie azioni sugli altri?” non riguarda soltanto un manager o un’organizzazione. Possiamo porcela nelle relazioni quotidiane, nelle scelte personali, nel modo in cui lavoriamo e collaboriamo con gli altri.
In questo senso, la Stakeholder Theory può diventare anche un approccio alla vita: significa imparare a considerare non soltanto il proprio punto di vista, ma anche le conseguenze delle proprie scelte sulle persone che ci circondano.
Cosa diresti a uno studente che oggi deve scegliere il proprio percorso?
Di seguire le proprie curiosità e di non pensare di dover avere già tutto chiaro. Io ho scoperto molte opportunità strada facendo. Un docente, un incontro, un’esperienza o un tema di ricerca possono aprire strade che non avevamo immaginato. E soprattutto direi di non avere paura di uscire dalla propria comfort zone.


