La ricerca UNISANNIO che identifica la pianta dei Lotofagi
Che cosa si nasconde dietro il misterioso loto che, nell’Odissea, fa dimenticare a chi lo mangia il desiderio di tornare a casa? A questa domanda risponde anche uno studio scientifico dell’Università degli Studi del Sannio, pubblicato nel 2020 su Harvard Papers in Botany con il titolo Plants named “Lotus” in Antiquity: Historiography, Biogeography, and Ethnobotany. La ricerca è firmata da Antonello Prigioniero, Pierpaolo Scarano, Valentino Ruggieri, Mario Marziano, Maria Tartaglia, Rosaria Sciarrillo e Carmine Guarino.
Lo studio mette ordine nella complessa storia botanica del termine “lotus”, mostrando come nell’antichità il nome non indicasse una sola pianta, ma fosse utilizzato per diverse specie. Attraverso il confronto tra fonti classiche, dati biogeografici ed elementi etnobotanici, gli autori distinguono tre grandi categorie: i loti arborei, i loti erbacei e i loti acquatici.
Il loto dei Lotofagi
È proprio il primo di questi gruppi a condurre al loto dell’Odissea. Nel IX libro, Odisseo racconta ad Alcinoo di essere approdato nella terra dei Lotofagi dopo essere stato trascinato fuori rotta dai venti. Alcuni suoi compagni ricevono dagli abitanti del luogo il loto e lo mangiano. Il frutto, dolce come il miele, produce però un effetto singolare: chi lo assaggia non vuole più tornare alle navi né ricordare il proprio ritorno. Odisseo è così costretto a riportare con la forza i compagni a bordo e a partire rapidamente, liberandoli dalla “tentazione del loto”.
Il racconto è strettamente legato al tema del nostos, il ritorno, che attraversa l’intero poema: il loto non è soltanto qualcosa che interrompe il viaggio, ma ciò che rende desiderabile rinunciare alla meta.
La ricerca di Prigioniero e colleghi colloca la terra dei Lotofagi nell’area della Tripolitania e dell’isola di Gerba, l’attuale Djerba, sulla base del confronto tra le testimonianze di autori come Erodoto, Scilace e Teofrasto. Le fonti antiche descrivono il frutto come dolce, commestibile e utilizzato anche per preparare una bevanda simile al vino.
Il confronto tra queste descrizioni e la distribuzione geografica delle specie porta gli autori a identificare il loto dei Lotofagi con Ziziphus lotus (L.) Lam, una specie della famiglia delle Rhamnaceae diffusa nelle regioni aride del Nord Africa. Le caratteristiche descritte dalle fonti – l’aspetto arbustivo, i frutti piccoli e dolci, la loro abbondanza e l’utilizzo alimentare – rafforzano questa attribuzione.

L’identificazione va però intesa nel quadro della cautela propria della ricerca storica e botanica. Il termine lotus aveva infatti un uso molto ampio nell’antichità e le descrizioni degli autori classici non consentono sempre un’attribuzione precisa. Gli autori sottolineano che, nel caso del loto dei Lotofagi, la distinzione con altre specie è particolarmente solida, ma che il problema generale dell’identificazione dei diversi “loti” antichi è stato a lungo condizionato da sovrapposizioni terminologiche e interpretative.
Dal loto di Omero al loto di Nolan
Questa ricerca assume oggi un ulteriore interesse alla luce di Odissea, il film di Christopher Nolan uscito nelle sale italiane nel luglio 2026.
Nel film, il motivo del loto viene rielaborato e associato alla permanenza di Odisseo sull’isola di Calipso. Secondo la lettura cinematografica di Nolan, il loto diventa progressivamente uno strumento di oblio: mangiandolo, Odisseo attenua il ricordo della guerra, del viaggio e della propria identità. Una scelta che amplia notevolmente il breve episodio omerico e trasforma l’oblio in una possibile forma di sollievo dal peso del passato.
Anche sul piano visivo il film sembra richiamare un’altra delle grandi questioni affrontate dalla ricerca UNISANNIO: nell’antichità il “loto” non era una sola pianta. Il lavoro di Prigioniero e colleghi identifica infatti, tra i cosiddetti loti acquatici, due specie del genere Nymphaea – Nymphaea lotus L. e Nymphaea nouchali var. caerulea (Savigny) Verdc. – oltre al loto indiano, Nelumbo nucifera Gaertn.

Il riferimento visivo del film sembra richiamare proprio una Nymphaea, cioè una ninfea, che nell’immaginario contemporaneo corrisponde più immediatamente all’idea di un fiore di loto. In particolare, il bordo azzurro dei petali può essere accostato alla Nymphaea nouchali var. caerulea, la cosiddetta ninfea blu egizia, una specie che la ricerca colloca tra le forme del “loto acquatico” dell’antichità. Lo studio ricorda come questa ninfea fosse presente nell’antico Egitto e avesse un importante valore simbolico e rituale.
C’è però un ulteriore elemento interessante: l’immagine oggi più diffusa del “loto” come grande fiore acquatico deriva anche dal loto indiano (Nelumbo nucifera), che la ricerca distingue dalle ninfee del genere Nymphaea. Il lavoro evidenzia proprio la confusione storica tra queste piante: Nelumbo nucifera fu introdotto in Egitto in epoca successiva, durante la dominazione persiana, e la sua somiglianza con le ninfee contribuì nel tempo alla sovrapposizione delle denominazioni.
Il loto dell’Odissea, dunque, può essere osservato attraverso almeno due prospettive. Quello dei Lotofagi, secondo la ricostruzione dello studio UNISANNIO, è un arbusto nordafricano, Ziziphus lotus. Il loto floreale e acquatico appartiene invece a una storia botanica e culturale diversa, nella quale compaiono le ninfee egiziane e il loto indiano.
È proprio questa pluralità a rendere il loto una figura così potente: da una parte una pianta concreta, studiabile attraverso botanica, geografia e fonti storiche; dall’altra un’immagine letteraria e cinematografica legata all’oblio, alla memoria e al desiderio di tornare.

In Omero, mangiare il loto significa perdere il desiderio del ritorno. In Nolan, l’oblio diventa anche una tentazione perché permette di allontanarsi dal peso della guerra e del passato. La botanica, la letteratura e il cinema finiscono così per incontrarsi attorno alla stessa domanda: che cosa rimane di noi quando dimentichiamo da dove veniamo e dove vogliamo tornare?

