L’intelligenza artificiale e le tecnologie si trasformano in pochi mesi, così le grandi aziende digitali si trovano sempre più spesso a fare i conti con interrogativi che vanno oltre la semplice innovazione.
È questo il punto di partenza del seminario tenuto a UNISANNIO da Giovanni Severini, sannita di origine trapiantato a Seattle, e attualmente Principal Group Program manager in Microsoft. “Le big tech e i dilemmi etici”, senza mezzi termini Severini spiega agli studenti dell’ateneo sannita la necessità di affiancare alle competenze tecniche il pensiero critico e la consapevolezza delle implicazioni economiche, energetiche e ambientali del progresso tecnologico.
La partita asimmetrica: 700 miliardi e il destino da inquilini
Gli investimenti economici sull’Intelligenza Artificiale sono impressionanti. I quattro grandi colossi del tech (Microsoft, Google, Meta e Amazon) investiranno, entro la fine del 2026, circa 700 miliardi di dollari nelle fondamenta delle infrastrutture: CPU, data center, server, su cui poggia l’intera piramide tecnologica dell’AI. Dati, modelli, applicazioni, che necessitano di una solida base per poter funzionare adeguatamente.
Tali cifre producono, da una parte, una grande forza di gravità capace di attrarre e tenere capitale umano, e dall’altra alzano barriere insormontabili per chiunque voglia competere.
“Il risultato è che la partita non si gioca solo sul modello di intelligenza artificiale migliore o più etico possibile, come auspicato dall’AI act da parte del Parlamento Europeo e i legislatori, ma anche sulle infrastrutture fisiche e computazionali che sono, a oggi, monopolizzate da aziende d’oltreoceano. Oggi paghiamo e continueremo a pagare dazi per l’utilizzo dei servizi, oramai essenziali.”
Inquilini e dipendenti dalle infrastrutture extra-UE, possiamo ancora chiamarci stati sovrani?
Una nuova Yalta: la dipendenza extra-europea
La questione non si limita ai dati o ai server, ma abbraccia un numero enorme di dipendenze da paesi extra-UE, Stati Uniti in primis. Tutte le infrastrutture della nostra quotidianità sono interamente in mani straniere: sistemi operativi (iOS, Android, Windows, macOS), circuiti di pagamento (Visa, Mastercard, Amex), navigazione (Google Maps, Apple Maps), fino ai motori di ricerca e ai social media.
“Una dinamica che ricorda molto la definizione delle sfere di influenza del secondo dopoguerra a Yalta. L’allineamento dell’Italia con gli Stati Uniti portò all’importazione massiva di cinema, musica, stili di vita. I paesi europei erano un mercato enorme a cui vendere. Con l’IA sta accadendo una cosa simile, ma più profonda: importiamo il modo in cui elaboriamo il pensiero e le informazioni.”
Le conseguenze geopolitiche sono già visibili. Ad esempio, prima dell’estate il governo USA ha deciso di vietare l’utilizzo di alcuni modelli IA di Anthropic in altri stati, dimostrando come si può decidere deliberatamente di trattenere per sé i prodotti migliori, lasciando indietro il resto del mondo. Parallelamente Google si è trovata responsabile di aggregazioni di notizie rivelatesi poi false, sanzionata dall’Europa che tenta di reagire per via burocratica, evidenziando il profondo conflitto istituzionale tra il diritto dello Stato di far valere le proprie leggi e il diritto all’impresa.
La via della vera indipendenza sembra quasi preclusa. Oltre a un ostacolo di fattibilità economica di cui si stima un investimento da 3 trilioni di euro solo per allineare le infrastrutture europee con quelle statunitensi, emergono dilemmi etici: sarebbe giusto sottrarre questi fondi a sanità, istruzione o welfare? E se l’accesso all’IA diventerà un diritto fondamentale, come evitiamo che il divario digitale acuisca le disuguaglianze sociali ed economiche?
L’energia, l’acqua e i conflitti etici
Spesso si immagina il digitale come qualcosa di immateriale, etereo. È tutta un’illusione. L’intelligenza artificiale ha un peso fisico (data center, server, memorie) e ambientale enorme: circa il 40% dell’energia impiegata nei data center è impiegata per il raffreddamento e non per il calcolo. Raffreddamento per lo più idrico, con un conseguente consumo massiccio di acqua.
“Presto arriveremo davanti a bivi drammatici: A chi destinare le risorse d’acqua ed energia? Ai sistemi sanitari, all’agricoltura o al raffreddamento dei rack che addestrano l’ennesimo modello generativo? La risposta non è così scontata.”
L’intelligenza artificiale è conservatrice: perché le rivoluzioni non nascono dagli algoritmi
In chiusura, Severini affida ai giovani ingegneri in aula considerazioni più filosofiche passando dalla nostra eticità a quella dell’intelligenza artificiale: la sua mancanza può essere un limite all’evoluzione e alla crescita antropologica.
“Per sua definizione l’intelligenza artificiale è una tecnologia intrinsecamente conservatrice. I suoi modelli predittivi vengono addestrati sullo scibile umano prodotto fino a oggi. Imparano pattern, convenzioni, regole del passato. Per natura, un algoritmo calcola ciò che è più probabile e coerente con quanto già acquisito; non può inventare un futuro che rompa con le premesse storiche.”
“Nessuna vera rivoluzione, scientifica o dei diritti civili, è mai nata seguendo la statistica del sapere passato. Il progresso si fonda sulla rottura, sull’intuizione irrazionale e sul pensiero divergente. L’intelligenza artificiale può ottimizzare il presente, ma il futuro resta, ostinatamente, un mestiere umano.” Conclude Severini.
Se Rosa Parks avesse chiesto a un’intelligenza artificiale cosa fare su quell’autobus a Montgomery nel 1955, il modello le avrebbe suggerito di cedere il posto e spostarsi in fondo, nei posti riservati a persone non bianche, in linea con la giurisprudenza, la consuetudine e i testi del tempo. Perdendo l’occasione di accendere la scintilla della più grande rivoluzione dei diritti umani del XX secolo.


