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La fragilità della democrazia e la responsabilità dell’Università

Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’uomo per il quale la distinzione tra fatto e finzione, tra vero e falso, non esiste più. 
– Hannah Arendt.

Oggi si parla spesso di crisi della democrazia. Non è una crisi rumorosa, un crollo improvviso ed eclatante. È piuttosto un processo che si consuma lentamente.

Sempre più persone diffidano delle istituzioni: governi, parlamenti, organismi internazionali. Questo non dipende solo dai loro limiti reali, ma anche da un clima generale che tende a mettere in dubbio tutto, senza distinzione.

Allo stesso tempo, gli organismi internazionali, proprio nel momento in cui servirebbero di più, appaiono sempre più deboli. I problemi globali richiedono collaborazione, ma cresce invece la chiusura, il ripiegamento su interessi particolari.

Non c’è una sola causa. È un insieme di cambiamenti, economici, tecnologici, culturali. Ma il risultato è chiaro: le basi della convivenza democratica si stanno lentamente logorando.

Quando la verità si indebolisce

Uno dei tratti più caratteristici di questa crisi riguarda il rapporto con la verità. Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni. Un’opportunità straordinaria, ma che spesso produce l’effetto opposto: opinioni che si confondono con i fatti, versioni degli eventi che si moltiplicano, narrazioni contrastanti, spesso costruite con la manipolazione di fatti e fonti. Il risultato è un crescente senso di disorientamento.

Lo si è visto con particolare evidenza nella tragedia della Striscia di Gaza. A fronte di una drammatica sofferenza della popolazione civile inerme, documentata in modo ampio e difficilmente contestabile, si è sviluppata una sovrapposizione di narrazioni che, più che chiarire, hanno spesso mirato a oscurare la realtà dei fatti. La rappresentazione degli eventi ha cercato di attenuare, relativizzare o ridefinire la portata di quanto stava accadendo sul terreno, rendendo difficile una lettura lucida e condivisa. In questi contesti, il problema non è soltanto l’accesso alle informazioni, ma la possibilità stessa di riconoscere ciò che accade nella sua dimensione concreta e umana.

Il rischio più grande, allora, non è soltanto non sapere cosa sia vero, ma smettere di cercarlo. Quando tutto appare equivalente, anche l’evidenza della sofferenza rischia di essere relativizzata, e la verità perde valore.

E senza un terreno comune di fatti condivisi, diventa difficile anche discutere, confrontarsi, prendere decisioni collettive. In assenza di questo spazio condiviso, la stessa idea di dibattito pubblico rischia di svuotarsi.

Il rischio della disumanizzazione

A questo si aggiunge un altro fenomeno: la semplificazione estrema del modo in cui guardiamo il mondo. Le questioni complesse vengono ridotte a schemi semplici, spesso divisi in opposti: giusto/sbagliato, noi/loro. In questo clima, chi è diverso o la pensa diversamente non viene più visto come interlocutore, ma come nemico.

Lo si osserva con particolare evidenza nel linguaggio che accompagna i conflitti contemporanei. Nella guerra in Iran, a colpire, oltre alle immagini di devastazione, sono le dichiarazioni dei leader. Minacce e ultimatum che si alternano a dichiarazioni di potenza e autocompiacimento che sfiorano i toni dell’esaltazione. Un linguaggio che tradisce, nel complesso, una tendenza a ridurre scenari estremamente complessi a formule nette e contrapposizioni radicali, accompagnate da minacce esplicite e narrazioni semplificate. 

A questo si aggiunge la crescente diffusione di contenuti manipolati, inclusi video generati o alterati tramite intelligenza artificiale, che contribuiscono a rendere ancora più incerto il confine tra rappresentazione e realtà, rafforzando una percezione del conflitto sempre più mediata, semplificata e polarizzata.

Il linguaggio si fa così più duro, meno attento, più orientato a mobilitare che a comprendere. E lentamente si perde qualcosa di fondamentale: la capacità di riconoscere l’umanità dell’altro.

Il valore della cultura

In questo contesto, la cultura assume un ruolo decisivo.

La cultura non è qualcosa di accessorio. Non è un lusso. È ciò che ci permette di capire la complessità, di fare distinzioni, di non fermarci alle apparenze. Coltivare la cultura significa allenare il pensiero critico. Significa imparare a porsi domande, a verificare, a confrontare punti di vista diversi. Una democrazia ha bisogno di cittadini capaci di questo. Senza questa capacità, le istituzioni rischiano di restare vuote.

Le università sono centrali in questo processo. Non sono solo luoghi dove si imparano competenze per il lavoro. Sono spazi in cui si impara a pensare. A distinguere. A dubitare in modo costruttivo. In un tempo in cui la verità è fragile, il metodo, il modo in cui si costruisce la conoscenza, diventa fondamentale. E le università sono uno dei pochi luoghi dove questo metodo può essere davvero trasmesso.

Hanno, pertanto, una responsabilità fondamentale verso i giovani. Non devono formare solo professionisti, ma cittadini consapevoli. Persone capaci di orientarsi, di non farsi trascinare, di partecipare. Per questo le università non possono chiudersi in sé stesse. Devono restare aperte, presenti nel dibattito pubblico, capaci di dialogare con la società.

Una responsabilità condivisa

Non viviamo certo un tempo senza speranza. Ma è un tempo che richiede attenzione. Non serve allarmismo, serve consapevolezza. Le condizioni che rendono possibile la democrazia non sono garantite per sempre: vanno curate. E curare la democrazia significa, innanzitutto, riconoscerne la natura viva e, al contempo, fragile.

Perché, così come la democrazia si consuma lentamente, curare la democrazia non è un gesto straordinario. Ma deve essere un impegno quotidiano, un impegno fatto di attenzione al linguaggio, di rispetto dei fatti, di impegno nella formazione, di difesa degli spazi in cui il pensiero può svilupparsi libero. Un compito silenzioso, ma decisivo.

La lezione di Arendt, citata in apertura, è chiara. Se perdiamo la capacità di distinguere tra vero e falso, perdiamo qualcosa di essenziale. Per questo la responsabilità delle università è oggi più grande che mai. Non un’opzione, una necessità.

Gerardo Canfora