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Referendum giustizia, perché sì e perché no

È giusto che, periodicamente, si rifletta sull’opportunità di ritoccare la nostra Carta fondamentale alla luce dei tempi e degli scenari che cambiano. L’importante è sapere che il processo di revisione costituzionale è una cosa serissima, che esige ponderazione, dialogo e la più ampia convergenza di vedute, specie allorché (come nel caso della l. cost. “Meloni-Nordio”) s’intenda rimaneggiare in maniera così incisiva l’impalcatura istituzionale, intervenendo, per di più, in una materia particolarmente tecnica. Purtroppo, nelle competenti sedi parlamentari si è preferito marciare a spron battuto senza un effettivo confronto di idee, proposte, soluzioni. Pertanto, le sorti della riforma sono ora affidate alla consultazione referendaria (anch’essa programmata a stretto giro), cui molti si approcceranno – ahimè – senza adeguata contezza delle tante e complesse questioni in gioco.

Al netto delle perplessità sul metodo, quali sono i principali nodi da sciogliere circa il merito della riforma?

La Consulta ha già chiarito che la Carta «non contiene alcun principio che imponga o al contrario precluda la configurazione di una carriera unica o di carriere separate fra i magistrati», sì che, anche l’odierno sistema appare senz’altro idoneo a dare compiuta attuazione ai principî di terzietà e imparzialità del giudice enunciati dall’art. 111 Cost. Tuttavia, per i sostenitori della riforma, con la vittoria del SI, la garanzia della terzietà sarebbe ulteriormente rafforzata, poiché, a suo presidio, vi sarebbe non più solo l’alterità di funzioni tra i magistrati (funzioni requirenti e giudicanti), ma anche l’alterità di carriere. In parole povere, avremmo una terzietà “a tutto tondo”, in relazione sia al profilo funzionale sia al profilo ordinamentale.

Ma a quale prezzo? Questa è la domanda posta dai sostenitori del NO, tenuto conto, peraltro, che il quesito referendario riguarda la riforma nella sua interezza. Si osserva, in particolare, che come la garanzia della terzietà può avere differenti livelli di concretizzazione, anche il principio di indipendenza e autonomia della magistratura può essere attuato in forme diverse. Il dettato costituzionale post-novella continuerebbe a proclamarne l’esistenza, ma, al contempo, introdurrebbe meccanismi capaci di intaccarne il pieno dispiegarsi, con il frazionamento e l’indebolimento del sistema di autogoverno della magistratura: CSM divisi e sorteggiati (con sorteggio “puro” per i soli togati e “temperato” per i laici); peso crescente della componente politica negli organismi della magistratura, inclusa l’Alta Corte disciplinare; rischio di ingerenze del potere esecutivo nell’esercizio dell’attività inquirente.

Questi, in estrema sintesi, i principali temi al centro del dibattito odierno, che tutti noi siamo chiamati – per quanto possibile – ad approfondire in vista dell’importante appuntamento istituzionale del 22 e 23 marzo.Un modo per farlo può essere partecipare all’incontro del 5 febbraio p.v., che si svolgerà presso l’Università del Sannio (Palazzo De Simone, Piazza Areclii II, Benevento) dal titolo «La riforma costituzionale in materia di ordinamento giudiziario: dialogo in vista del referendum».

Da Il Mattino (ed. Benevento) del 02/02/2026