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Generazione Z, la protesta che scuote il mondo: i giovani chiedono un futuro diverso

Dopo un lungo periodo di silenzio, i giovani sono ritornati a fare sentire la loro voce nelle piazze del mondo: dal Madagascar al Nepal, dalla Francia alla Spagna, dalla Serbia all’Italia si sta levando la protesta contro società indecenti, guerre di sopraffazione, strapotere del denaro, per avere una vita più felice e un futuro più decente. A protestare sono, in massima parte, i giovani della cosiddetta Generazione Z (nati tra il 1997 e il 2012), che da anni si sentono dire che per loro non ci sarà un grande futuro e, contestualmente, vengono richiamati a un maggiore quotidiano impegno in cose insensate e sostanzialmente inutili.

La meraviglia degli adulti è stata grande: alcuni dei quali, pur di non vedere la luna, sono rimasti a guardare le dita che la puntavano, mentre altri, pur di negare che gli attori sociali coinvolti erano soltanto chi protestava e i destinatari di quella protesta, si sono impegnati in affannose spiegazioni cospiratorie (in particolare nel nostro Paese, dove si è sempre alla ricerca: dei grandi vecchi, dei cattivi maestri, dei poteri occulti e delle potenze malvagie).

Perché queste domande stanno preoccupando e, in qualche caso, spaventando? Perché stanno sollevando la soglia di latenza. In ogni sistema sociale opera la funzione di latenza, che ha il compito di mantenere il modello culturale dominante, al quale i giovani vengono socializzati dalla famiglia, dalla scuola, dalle istituzioni religiose, dalla stessa politica. Quando gli attori sociali si sentono soddisfatti da quel modello (avviene quando l’apparato istituzionale mostra di mantenere la parola data oggi e le promesse che fa sul futuro), esso genera consenso generalizzato; viceversa, quando le istituzioni si mostrano inaffidabili, alcuni attori sociali incominciano a criticare il modello e, prima o poi, ad agire per trasformarlo. A ogni nuova istanza di riconoscimento avanzata con la protesta in piazza c’è qualcuno che si oppone: o chiedendo una brutale repressione della protesta o chiedendo a uno Stato securitario maggiori pene con il fine di spaventare. Ma si dovrebbe sapere, e i fatti che si stanno verificando nel mondo lo dimostrano, che se la protesta è legittima e inevitabile, se essa cammina sulle gambe forti dei giovani e se riesce a tenere sotto controllo le spinte eversive, nessun sistema sociale la può fermare.

C’è da sottolineare che nella fase di statu nascendi l’andamento della proposta di trasformazione segue un andamento ondivago, perché necessita continue messe a punto, per cui vive di momenti di ripensamento e di fasi di accelerazione. Questo difficile e complicato lavoro di pulizia della domanda dovrebbe essere accompagnato dalle istituzioni e dagli adulti responsabili, non per influenzare le scelte e indirizzarle verso un futuro desiderabile, ma per chiarire quale futuro è realizzabile alle attuali condizioni disponibili e come agire se esso non dovesse piacere. Le università, se non vogliono trasformarsi in luoghi di produzione di credenziali buone per mercati dei lavori e delle professioni in continua e veloce trasformazione, dovrebbero assumersi il compito di contribuire alla pulizia della domanda; se sono ancora interessate a far parte del futuro, è bene che contribuiscano a vederlo e a costruirlo.